La polifunzionalità è una sfida organizzativa


Andrea Capiluppi

Videoworks

 
“Videoworks è attiva da circa trent’anni, è nata come fornitore e installatore di impianti audio e oggi lavora su due fronti principali: lo yachting, il suo mercato storico, e il corporate, avviato negli ultimi 10 anni. Il settore yachting, seguito dalla storica sede di Ancona, si è sviluppato grazie alla richiesta di imbarcazioni sempre più innovative e tecnologiche e, specialmente negli ultimi anni, ha avuto una crescita importante. Io invece lavoro a Milano e seguo il filone corporate, principalmente mondo universitario e aziendale, quindi sale riunioni, aule e auditorium, sale conferenze, studi di posa video... Lavoriamo a stretto contatto con ITworks, una software house “sorella” che sviluppa soluzioni ad hoc che poi integriamo nei nostri progetti. Oggi contiamo circa 120-125 persone distribuite in cinque sedi, tra Italia e estero.”

 

Chiara Benedettini – E il tuo ruolo?

AC - Sono System Engineer, una via di mezzo tra project manager e tecnico commerciale. Seguo i progetti dall’inizio alla fine: dal sopralluogo allo sviluppo dell’offerta, dalla gestione del team al collaudo. Il mio percorso è un po’ particolare: ho studiato storia moderna e contemporanea, quindi nulla di tecnico sulla carta. Ma all’università coltivavo già la passione per la musica, poi ho fatto il fonico in televisione, ho collaborato come tecnico audio per eventi, sfilate e installazioni fisse... nel 2007 ho iniziato con l’integrazione dei sistemi, e dal 2020 sono in Videoworks. È stato un percorso fatto sul campo, che mi ha permesso di maturare un background solido nell’audio, nel video e nella luce, fino a ricoprire il ruolo che svolgo oggi.

 

CB - Ci racconti una o due realizzazioni recenti che rappresentano il vostro lavoro?
AC
- Direi certamente la Torre PwC a Milano, a CityLife: abbiamo realizzato circa 290 uffici con sistemi di videoconferenza e diverse sale modulari, adattabili a eventi, training e altre esigenze aziendali. Un lavoro già di per sé complesso, reso ancora più difficile dal fatto che è coinciso con il periodo del Covid. Immaginate cosa significhi muoversi in un grattacielo di 27 piani tra protocolli sanitari e turnazioni rigide. Nonostante tutto, il progetto si è concluso con successo e il cliente è rimasto pienamente soddisfatto.

E poi penso all’Università Statale di Milano, dove abbiamo vinto un appalto iniziale di 70 aule, poi salite a 90. È stato complesso non solo per i numeri, ma per la varietà: aule grandi, piccole, storiche, nuove, in sedi universitarie, ospedali e spazi in affitto. Non erano 90 aule identiche da replicare in serie, ma 90 contesti diversi, quasi come avere 90 clienti diversi. Dal punto di vista organizzativo è stata una sfida enorme. Per esempio, solo in fase di sopralluogo ci siamo resi conto che la sala Levi era in realtà un cinema da 300 posti, con volumi d’aria e acustica completamente diversi da quelli di un’aula. È stato necessario riprogettare tutto da zero.

Pietro Conte – Anche a noi capita di collaborare con le Università, e alle volte risulta complesso coordinarci con gli altri fornitori di un appalto perché non si è pensato a sincronizzare gli interventi. In effetti il dialogo che per forza di cose si instaura nella fase operativa, sarebbe utile avvenisse già nella fase di preparazione. 

 

PC - E parlando proprio di dialogo tra spazi e tecnologia, Andrea come vedi il rapporto tra tecnologia e design?

AC - Oltre allo yachting, oggi lavoriamo molto anche per le residenze di lusso: spesso l’armatore vuole anche in casa la stessa tecnologia che ha sullo yacht, e questo ci porta a collaborare fianco a fianco con molti studi di architettura. In questi contesti i budget permettono di realizzare soluzioni 100% custom, con l’obiettivo di soddisfare al massimo le richieste del cliente.

Naturalmente questo approccio non è sostenibile per altri mercati, come quello pubblico o istituzionale, dove soluzioni troppo personalizzate diventano costose e difficili da gestire. Ecco perché credo sia fondamentale che design, funzionalità e tecnologia convergano in prodotti già testati e pronti per l’uso: tavoli, piani a scomparsa, podi tecnologici... così si evitano sprechi di tempo e problemi estetici o pratici. È un po’ come nell’abbigliamento: la tecnologia si innesta nel design e diventa parte integrante del prodotto. Sono convinto che questa sarà la direzione inevitabile anche per l’arredo.

PC - Un esempio concreto lo abbiamo visto recentemente, ci è stato chiesto un tavolo modulare smontabile, ma alla fine ci siamo trovati con tre moduli enormi, completamente cablati, e per spostarli bisognava scollegare tutto e coinvolgere il personale: un’avventura non banale, e non certo la soluzione immaginata all’inizio.

AC - Ecco, è proprio qui che design e tecnologia devono incontrarsi. Nel settore privato certe personalizzazioni sono possibili, ma in quello pubblico servono prodotti affidabili, replicabili e certificati. È lì che il design può davvero fare la differenza.

1.-5. Videoworks ha realizzato per la show-room di iGuzzini a Milano diversi interventi: il completo rinnovamento della Sala del Consiglio, che prevede anche un sistema di proiezione 3D con occhiali stereoscopici attivi; un sistema audio video per presentazioni nella Sala di Ricevimento degli Architetti; un servizio di Digital Signage su più tipologie di sorgenti (display, LED) per l'Area Lounge e l'Ingresso. 

CB - Qual è il ruolo del system integrator nel riavvicinare tecnologia e design?

AC - Solo dal confronto tra chi governa la parte tecnologica e chi si occupa di design e arredo è possibile generare soluzioni davvero funzionali. EssilorLuxottica, ad esempio, sta sviluppando occhiali con intelligenza artificiale e telecamere integrate collaborando con aziende specializzate…

 

CB - Questo ci porta al tema dell’esperienza d’uso, oggi forse la chiave di lettura del rapporto tra tecnologia, installazione e utente...

AC - Esatto. L’esperienza d’uso è sempre stata il punto di partenza per il design e l’arredo: architetti e produttori di mobili lavorano da subito sulle esigenze del cliente, seguendone i bisogni reali. Nella tecnologia, invece, accade che prima si sviluppa il prodotto e poi lo si propone al cliente, che si ritrova con soluzioni sovradimensionate o sottodimensionate, comunque non pensate su misura. È un limite inevitabile, perché la tecnologia nasce da processi industriali di massa, mentre l’arredo può avere un approccio più custom. Qui entra in gioco il system integrator: il suo compito è capire, interpretare, semplificare e, infine, adattare la tecnologia alle necessità specifiche del cliente, rendendola coerente con l’esperienza d’uso richiesta.

 

CB - Oggi gli spazi devono poter cambiare funzione, e i sistemi integrati giocano un ruolo cruciale perché creano l’infrastruttura che lo rende possibile. È anche questa, secondo lei, una delle mission del system integrator?

AC - Certamente. Prima del 2020 la polifunzionalità era un requisito che solo alcune aziende o certi spazi potevano permettersi, perché richiede strutture ad hoc: sedute che scompaiono, tavoli retrattili, pavimenti tecnici… Dopo il Covid abbiamo maturato modi diversi di lavorare e fruire gli spazi, e questa esigenza è diventata imprescindibile. Oggi una sala deve poter ospitare indifferentemente un meeting o un consiglio di amministrazione, oppure una lezione o un convegno.

PC - Dal lato del design, però, emerge una difficoltà: progettare spazi che possano ospitare performance così diverse richiede compromessi. Un teatro ottimizzato per la prosa avrà un’acustica diversa da uno per il cinema o per la musica dal vivo. Non sempre i committenti capiscono che non si può avere l’ottimale in ogni condizione, anche con tutta la tecnologia disponibile.

AC - È proprio questo il punto: la polifunzionalità è una sfida di coordinamento. Vale lo stesso discorso fatto prima sui prodotti custom: un tavolo o un podio già testato funziona meglio di una soluzione inventata da zero senza tempo e budget. Con gli spazi è ancora più complesso: servono visione d’insieme, progettisti capaci di dialogare con tutte le competenze coinvolte, direzione lavori che tengano insieme le diverse anime. Se manca questa regia, il rischio è che ognuno pensi al proprio pezzo — chi fa solo audio, chi fa solo arredi, chi solo impianti — e il risultato finale non funzioni. Ecco perché servono studi di progettazione solidi, con esperienza trasversale, capaci di tenere insieme design, tecnologia e funzionalità.

 

CB - Ultima domanda. Quali sono le tecnologie che segneranno i prossimi anni?

AC - Non ho dubbi: l’intelligenza artificiale. Non sappiamo ancora in che direzione evolverà, ma già oggi la vediamo applicata all’efficientamento energetico, alla gestione degli accessi e degli spazi, alla videosorveglianza. Se parliamo invece di AI generativa, siamo solo all’inizio: nei prossimi anni vedremo contenuti sempre più customizzati, in grado di dialogare direttamente con gli ambienti in cui vengono inseriti. Immaginate una casa che non risponde ai comandi vocali, come Alexa, ma reagisce ai movimenti e ai gesti di chi la abita. È qualcosa che fino a pochi anni fa era impensabile, e che in alcuni segmenti diventerà presto uno standard. Oggi le tecnologie di base — audio, video, luci — hanno già raggiunto uno standard molto alto. La differenza, in futuro, sarà data proprio dall’AI: non risponderà più solo alle nostre richieste, ma genererà nuovi bisogni, trasformando radicalmente l’interazione tra persone e ambienti.

E comunque, innovo la mia disponibilità a continuare il confronto con aziende come Aresline: lo facciamo già nello yachting, dove sviluppiamo insieme a produttori di arredi soluzioni tecnologiche ad hoc, e sono convinto che potremo fare lo stesso anche nel corporate.

 

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6.-9. Aula Levi dell’Università degli Studi di Milano. 10.-12. Alcuni interventi multimediali di Videoworks in differenti sale di Università degli Studi di Milano.